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Intervista a Geronimo "Il gioco legale muore di virus e burocrazia"

29 luglio 2020
Intervista a Geronimo “Il gioco legale muore di virus e burocrazia”. Il Presidente di ACADI: “Il lockdown ha favorito i criminali. Per ripartire occorre armonizzare le leggi regionali”.
La Verità 29 luglio 2020
 
Il settore del gioco pubblico in Italia è in grande difficoltà. Oltre alla pandemia, il comparto deve affrontare anche le molte limitazioni imposte da ogni singola Regione italiana. Il risultato è che così si perde una fetta importante di gettito fiscale e si favorisce la criminalità organizzata. La Verità ne ha parlato con Geronimo Cardia, presidente di ACADI, l’Associazione concessionari di giochi pubblici.
Cos’è successo al comparto dei giochi durante il lockdown e come sta reagendo oggi il settore, tenendo conto delle diverse regole imposte a livello regionale?
“C’è una differenza tra gli effetti del lockdown e una condizione territoriale che prescinde da questa crisi. Dal 7 marzo fino a fine giugno (e fino ai primi di luglio in certe regioni) la pandemia ha colpito pesantemente il mondo del gioco. Una chiusura assoluta di tutti i giochi fatta eccezione per alcuni casi come quello del Gratta e Vinci. Si tratta di un problema che in primis ha comportato un danno erariale che noi abbiamo calcolato in 750 milioni di euro al mese. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, ha detto che la chiusura dell’offerta pubblica di gioco ha favorito la criminalità organizzata, sempre pronta a soddisfare una domanda che comunque esiste. C’è dunque anche un tema di ordine pubblico. Si dice inoltre che ci sia stato un riversamento del gioco “on site” verso quello online. In realtà il passaggio non è stato così rilevante”.
Che problemi ci sono a livello regionale?
“Mi spiego: la normativa del gioco pubblico è nazionale e consente la distribuzione dei giochi pubblici. Le Regioni hanno iniziato a ricorrere al Titolo quinto della Costituzione, facendo leva sul tema della salute. Poi ci sono quelle che hanno fatto leva sul TUEL, il Testo Unico degli Enti Locali, e si sono chieste quali effetti il gioco ha generato sul territorio regionale. Per questo c’è chi ha ritenuto di limitare l’uso del gioco all’interno del territorio regionale. Lo strumento utilizzato è stato quello del distanziometro, vietando la creazione sul territorio (20 Regioni su 21 lo hanno utilizzato) di centri di gioco nel raggio di 300 o 500 metri (dipende dall’ente regionale) da luoghi ritenuti sensibili. Parallelamente il gioco non può essere distribuito al di fuori di determinati orari. Il risultato è che, andando a verificare quali fossero gli spazi utilizzabili consentiti dal distanziometro, i centri di gioco finivano per poter essere inseriti in mezzo a prati o caserme, per fare un esempio. Così, alla fine, circa il 98% del territorio risultava vietato per il posizionamento di punti di gioco”.
Quindi non è possibile aprire nuovi punti?
“Ogni legge regionale è concepita imponendo di riformulare una nuova istanza di autorizzazione a tre o a cinque anni dalla data di entrata in vigore. Così dal 2011-2012, quando hanno iniziato a circolare leggi regionali sul gioco, in molti casi ci si è accorti che i punti di gioco non potevano stare nei luoghi dove sono. E così è iniziata una sostanziale espulsione del gioco da diverse Regioni. Oggi, però, ci sono nove Regioni, le prime a fare norme sul gioco, che hanno iniziato a fare delle proroghe per evitare di favorire ancora una volta la criminalità organizzata. Quindi è stato fatto un passo in avanti. Ci sono poi altre realtà territoriali che sono rimaste bloccate da problemi giurisprudenziali. Non a caso, alcune forze della maggioranza di governo si stanno attivando per cambiare la legge regionale. Del resto, ci sono alcune Regioni che consentono il gioco solo per sei ore al giorno, una quantità troppo esigua, che non rende sostenibile il business”.
Il governo cosa ha fatto in tutto questo?
“L’esecutivo sa bene che in presenza di scadenza delle concessioni, che durano circa nove anni, nessun operatore si potrebbe fare avanti con queste condizioni. Per questo nel 2016 è nata la conferenza unificata governo-Regioni per mettersi d’accordo sul tema del gioco. Nel 2017 si è poi trovata l’intesa, ma non è mai stata attuata perché oggi manca ancora un decreto che ne stabilisca l’attuazione”.
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